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40 anni fa Silvio Berlusconi. Come è cambiato il calcio ed il Milan che domenica affronta il Parma!

Ieri ricorrevano i 40 anni dall’arrivo di Silvio Berlusconi al Milan. Tralasciando le immancabili divisioni politiche, i veri tifosi rossoneri hanno visto nella sua presidenza un pezzo di storia che, probabilmente, non tornerà più.

Chi vi scrive era poco più che un bambino all’epoca, e l’ascesa di quel dream team mi ha accompagnato fino all’età adulta. Quel Milan era più di una squadra: era una filosofia di vita che andava ben oltre lo sport. Rappresentava il concetto del bello, la volontà di andare ovunque, contro chiunque, a imporre il proprio sigillo. Anche nelle intemperie, portare in alto quella bandiera e i nostri colori.

Sono stati anni indimenticabili: si è sofferto, si è vinto, si è esultato e si sono versate lacrime amare. In sintesi, è stata un’epoca di passione. Passione pura.

Il concetto di “animo rossonero” era incarnato nel classico equilibrio up & down: cadere e rialzarsi. Basta leggere o ascoltare le interviste di chi ha vissuto quelle stagioni per vedere come si illuminano gli occhi quando si parla di “stile Milan”. Leadership, gruppo, identità: valori che trascinavano inevitabilmente anche i tifosi.

Oggi il calcio è diventato business — attenzione, non che all’epoca non lo fosse. Berlusconi è stato un maestro nel fondere calcio e spettacolo, ma il calcio giocato, la passione e l’ammirazione per i fuoriclasse sono sempre rimasti i veri protagonisti.

L’addio di Berlusconi ha trascinato con sé un’epoca: quella dei presidenti-tifosi. Come lui, anche altre famiglie illustri hanno dovuto cedere il passo alla “finanza calcistica”. Come non ricordare le “guerre” con l’Inter di Massimo Moratti e dell’Avvocato Peppino Prisco, o contro la Juventus di Giampiero Boniperti e dell’Avvocato Gianni Agnelli.

E ancora presidenti sanguigni come Maurizio Zamparini, Romeo Anconetani, Costantino Rozzi o la famiglia Franco Sensi. Domeniche e post-partita infuocati di passione autentica: quella di chi voleva, prima di tutto, portare in alto i colori della propria squadra.

Oggi cosa resta?

Un calcio sempre più dominato da fondi finanziari, con l’obiettivo primario del profitto. È difficile non paragonare il tandem Berlusconi–Galliani all’attuale gestione. Un patron come Gerry Cardinale, presente più per dovere che per immersione totale nell’ambiente, e un amministratore delegato inevitabilmente distante, nell’immaginario collettivo, da una figura simbolica come Adriano Galliani.

Vengono in mente anche le parole di Carlo Pellegatti sui mancati articoli della Gazzetta dedicati a quel 20 febbraio 1986, giorno in cui tutto iniziò sotto la presidenza Berlusconi. I giornali possono dimenticare. Noi no.

Archiviato questo sfogo nostalgico, torniamo al presente e all’imminente sfida contro il Parma Calcio.

Massimiliano Allegri sa di dover vincere per tenere tutti a distanza e sperare in una improbabile caduta dei cugini. Il Parma evoca ricordi poco piacevoli, soprattutto dopo il match d’andata, con quei due punti lasciati al Tardini che pesano ancora.

Allegri ritrova Adrien Rabiot e, vista la buona prestazione di Ardon Jashari al fianco di Luka Modric, potrebbe davvero tirare fuori dal cilindro una formazione spettacolare: un inedito centrocampo Rabiot–Modric–Jashari, con Alexis Saelemaekers e Davide Bartesaghi sugli esterni.

Forse è solo un auspicio, ma Allegri ultimamente sta sperimentando molto. E se in attacco bisogna fare i conti con alcune defezioni, è proprio dal centrocampo che potrebbe arrivare la forza inedita per scardinare la difesa gialloblù.

L’attesa comincia.