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FRANCO BARESI L’ULTIMO BALUARDO!

Svegliarsi una mattina e leggere della morte di Franco è stato come essere trafitti da una lancia al cuore.
Chi ha ben più di 40 anni, come me, sa bene cosa abbiano significato Franco Baresi e quel Milan. Il vero Milan, lo stile Milan, il punto di riferimento in Europa e nel mondo, quello da cui tutti, e dico tutti, hanno tratto ispirazione per cambiare il calcio. Ebbene, quel Milan il calcio lo ha cambiato, e capitano e simbolo di quella squadra era Franco Baresi.

Sto leggendo commenti e ricordi e devo dire che è impossibile non stropicciarsi gli occhi. In poche ore abbiamo ripassato la storia di una squadra che ha dominato ovunque, sempre con a capo quel nome.

Un uomo capace di cambiare camaleonticamente stile di gioco, passando dal vecchio “libero”, concetto praticamente sparito dai manuali calcistici, a leader assoluto del gioco a zona. Trasformazione avvenuta e guidata da quella squadra, allenata da Sacchi e guidata magistralmente da Franco.

Scudetti, la Coppa dei Campioni alzata al cielo a Barcellona, i trionfi, il Milan sul tetto del mondo.

Eppure tutto questo non descrive l’uomo. Un uomo diventato leader, a cui la vita non ha regalato nulla. I genitori persi in tenera età, la “rivalità” con il fratello Beppe e quel carattere composto che, nell’epoca attuale di selfie, social e ostentazione varia, proprio non ha nulla a che fare.

Eppure, e questa cosa la stanno ripetendo tutti, “bastava uno sguardo”. Tutti coloro che hanno avuto a che fare con Franco hanno sottolineato questo suo modo di comunicare solo con lo sguardo, nelle situazioni difficili o nelle situazioni in cui era necessario tenere la concentrazione al massimo. Un modo di comunicare di chi nella vita ha dovuto mettere i guantoni fin da subito e che ha capito che il solo sacrificio, il lavoro e la credibilità sono la sola moneta per diventare uomini.

Sì, Franco è stato un uomo vero. Poche per lui le luci della ribalta, eppure quel mondo lo ha sempre cercato, ma lui era così, tutto d’un pezzo. E questo lo sapeva bene il presidente Berlusconi, che ha sempre visto in lui l’essenza del Milan.

Visto che ormai la valanga di ricordi si è innescata, come non citare le parole di Diego Armando Maradona. Dopo un Milan-Napoli del 1989 (mi tremano le mani ricordando il calcio di quegli anni, ma che ve lo dico a fare…), Diego disse di Franco: “Il più grande difensore di sempre”, dopodiché rientrò negli spogliatoi indossando quella maglia numero 6.

Franco, l’uomo il cui braccio alzato per segnalare il fuorigioco era una sentenza! Inutile negare che qualche arbitro abbia sempre subito il fascino di quella chiamata.

Chiudo con il mio ricordo personale. L’ho sempre definito “L’ULTIMO BALUARDO” perché in quegli anni Franco era il leader di una squadra che comprendeva fenomeni del calibro di Paolo Maldini. E Mauro Tassotti? Billy Costacurta? E Filippo Galli? Gente che oggi occuperebbe stabilmente il posto in Nazionale senza battere ciglio e gente che ha scritto la storia del Milan. Ebbene, l’ultimo baluardo nasce dal fatto che già superare questi campioni era un’impresa e, se ci riuscivi, dovevi fare i conti con lui! L’ULTIMO BALUARDO, il giocatore più forte tatticamente, a livello difensivo, che il mondo abbia conosciuto. E lo sa bene Romário!

Finale del campionato del mondo a Los Angeles, Italia-Brasile 1994, ore 12:00. Il caldo americano, un orario scelto per accontentare la platea televisiva e lui, a 34 anni suonati, che scende in campo da titolare. Sì, perché in pochi lo ricordano, ma in quel Mondiale Franco si infortunò al menisco! Necessaria l’operazione e, di conseguenza, Mondiale finito. Ma qualcuno non ha fatto i conti con chi non può mancare l’appuntamento con la storia: le sue dichiarazioni ai compagni, “Ci vediamo in finale”. Operazione, riabilitazione e, in 15 giorni, Franco torna titolare contro il Brasile di Romário e Bebeto.

Personalmente ricordo quel Mondiale come se fosse ieri, ricordo che mi alzavo la notte per vedere gare incredibili e ricordo l’eliminazione dell’Argentina da parte della Romania di Gheorghe Hagi, in una partita alle due o tre di notte. Ma questa è un’altra storia. Romário, che oggi si diverte a fare confronti su chi sia il migliore al mondo, allora si trovò un 34enne di rientro dopo l’infortunio. Ci sono dichiarazioni che vedono il brasiliano, in preda a una crisi di nervi, gridare ai compagni che “non avrebbe dovuto quasi reggersi in piedi e che riusciva a rubargli costantemente il pallone”.

Qualcuno ha definito quei 120 minuti la miglior prestazione difensiva di un centrale nella storia. Poi il Dio del calcio indirizzò la Coppa in Sudamerica, Coppa che comunque Franco vinse nel 1982. Eh sì, perché nella spedizione di Bearzot c’era pure lui.

Ci sarebbero, e ci sono, decine di episodi che hanno fatto di Franco la leggenda del Milan. Il giorno del suo ritiro, la maglia numero 6 non è stata e non sarà mai più indossata da nessun giocatore rossonero.

C’è un episodio che però mi ha segnato. E non è sul campo di gioco, ma è legato al sorteggio del 26 agosto 2021. Come purtroppo sappiamo, il Milan ha faticato a tornare in Champions dopo anni bui e, in quell’edizione, ci siamo arrivati un po’ in punta di piedi, noi storicamente dominatori e secondi, fino a oggi, solo al Real Madrid. In quell’occasione Franco pronunciò quelle parole destinate a rimanere scolpite nella roccia. L’urna di Istanbul fu particolarmente dura con i rossoneri, inseriti nel Gruppo B insieme ad Atlético Madrid, Liverpool e Porto. Subito dopo l’esito del sorteggio, il popolo rossonero guardò con sfiducia quell’amara estrazione. Franco all’epoca era vicepresidente onorario del Milan e chi più di lui poteva rappresentare il club? “È un gruppo molto difficile, ma non dobbiamo mai dimenticare chi siamo”.

Ecco, quelle parole mi gelarono e diedero la spinta al popolo rossonero: “NON DOBBIAMO MAI DIMENTICARE CHI SIAMO!”. Da allora, e chi legge i miei articoli sa bene che questo è diventato uno dei mantra della mia vita, in particolare della mia vita rossonera.

Franco ci ha lasciati, ma il suo ricordo è come la sua maglia: “6 PER SEMPRE!”